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Contact: la verità (1a parte)

Scritto il 8 giu 2010 in: Test&Materiali 2010/2011, Tutte le News

Ci abbiamo provato…

Chiamiamo Antonio Ricci per chidergli se uno dei suoi Gabibbi, questa volta in veste di surfista, fosse stato interessato a fare lo scoop, ma come tutte le belle cose la risposta è stata no… il windsurf purtroppo non fa “audience” ci hanno detto…

Le molle a bicchiere hanno un precarico che non deve essere modificato. Le finiture che ricoprono
il sistema ammortizzante del modello in produzione sono nere, la maniglia, bianca.

E così ci siamo armati di buona volontà e, alla faccia dell’audience, siamo andati noi di persona, dividendoci tra il Garda e Bergamo, a fare quattro chiacchiere con le due persone che da qualche hanno hanno lavorato assieme, nell’intento di produrre un boma rivoluzionario che sta già cambiando la “carriera” a molte persone. Parliamo ovviamente dell’ultima invenzione di Tecnolimits: il boma Contact, nato grazie alla “forza industriale” dell’azienda, supportata dalla genialità di un perito meccanico sessantun’enne e appassionato surfista da trent’anni: Giovanni Alcedo.

Insegna Leonardo che lo studio del corpo umano è fondamentale per capire la meccanica, in questo caso delle leve. Basta infatti fare una prova, anche in spiaggia, attaccandosi al trapezio con la mano d’albero nella posizione corretta, per osservare quanto sia difficile avere un asse perfetto tra avambraccio spalla e torace. Non per nostra incapacità, ma prorpio per la posizione che assumiamo, insita all’uso del windsurf e per come fino ad oggi è stato progettato.

Con il risultato di procurarci forti dolori agli avambracci, che sono sempre sotto sforzo, soprattutto nelle condizioni al limite di vento rafficato, sovrainvelatura e choppo “cattivo”.

Tutto inizia da lontano e il pretesto non è proprio banale: una forte tendinite stimola l’inventiva… “sarà mai possibile planare per ore ed ore, anche ad una certa età, avendo sempre il controllo migliore sull’attrezzatura, affaticandosi il meno possibile?”. Il pensiero che per anni ha tormentato l’amico Giovanni è diventato una sfida: progettare un boma, una delle parti del nostro rig sottoposta a maggiori sollecitazioni, che fosse terribilmente efficace, pur minimizzando lo sforzo fisico.

In questa gallery alcuni prototipi della maniglia assieme al confronto delle curve:
quella del Contact e quella di un prototipo.

La maniglia, il fulcro del boma, per come è stata concepita è attaccata direttamente all’asse dell’albero; il risultato è il contrario di un “braccio flesso”, come tutti i boma attuali. Il “braccio di leva” generato ha un angolo inferiore che aumenta nettamente il controllo, ma trasmette, in maniera più diretta, tutte le sollecitazioni al nostro corpo.

Per questo motivo si è reso necessario il sistema ammortizzante, al fine di contrastare tutte le forze che avrebbero affaticato maggiormente i nostri avambracci. Efisio Atzeni è l’atleta che da  3 anni e mezzo ha supportato Giovanni e Massimo nello sviluppo.

Massimo Ravasio alla pressa acquistata per “coniare” le maniglie del boma Contact.

Wind67wide si è appassionato a questa storia, dove il marketing, per una volta, arranca rispetto alla passione. Un anno fa la battuta è stata:

“Caro Massimo, se vai avanti così ci farai surfare fino a cent’anni”.
Visto come stanno le cose oggi: “Che Dio ti benedica….”.

Scherzi a parte, abbiamo sviluppato questo articolo in due puntate, vista anche la complessità dell’argomento da un punto di vista “ingegneristico”, sperando di essere al 100% esaustivi.

Fine della 1a parte. Continua…

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  2. Tecnolimits: primo “contatto” | wind67 - [...] parlato del boma Contact in questi articoli: Contact: la verità (1a parte) Contact: la verità (2a [...]

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